E lo stesso groviglio che le parole creano, le parole sciolgono. La nebbia si apre, i fantasmi si dissipano.
Era il buio, la supposizione, il dubbio, l'ansia. Ora invece è franchezza, racconto, frasi stavolta rassicuranti e chiarificatrici. Ora invece, avvolta in un abbraccio disteso, sorrido alle parole che mi fioccano addosso.
La risposta ultima al dilemma della comunicazione è la volontà: voler comunicare significa già comunicare. Strumento di questa volontà è il metalinguaggio: non c'è comunicazione senza la consapevolezza che le parole sono meri simulacri di senso, di cui occorre negoziare il significato. E niente è più triste della non volontà di comunicare.
Mi dici ciò che eri e ciò che sei diventato. Mi spieghi perché hai lottato contro la tua profondità, come hai deciso di non darti totalmente se non a te stesso. Ed eccoti uomo votato alla carriera, agli amici e alle passioni, ma mai più all'amore accecante, quello che strappa i capelli. L'amore è malattia. Mai più vorrai perdere il senno perché mai più vorrai soffrire. Hai preferito il volo rettilineo uniforme alle ascese estatiche e alle cadute in picchiata verso l'inferno.
― Ma perché sono così gli uomini, Bossa? – fa Scarlet
― Già. Vigliacchi. Non si mettono in gioco, se la fanno sotto.
― Fuggire prima ancora di cominciare per evitare di soffrire, ma che senso ha?
― Boh. Sarà che noi donne siamo più forti. Scontato ma vero: siamo noi che partoriamo. E quando sei lì non puoi dire: "No, grazie. Di questo male faccio volentieri a meno". Sappiamo che il dolore fa parte del gioco; che può persino venirne qualcosa di buono. Ma che, soprattutto, non esiste dolore inutile. E in ciò siamo più adulte, più vicine al cuore pulsante della vita. Più in linea con l'universo, i flussi e le energie, il passato e il futuro.
Ti ascolto guardando il soffitto, e a tratti indicandolo con il braccio proteso verso l'alto. Non sono d'accordo, sentenzio. L'amore che non stordisce è in realtà manchevole.
Ma in verità ti invidio. Ti ammiro e ti invidio. Non ti conosco e ti invidio. Invidio la seraficità delle tue conclusioni. Invidio la razionalità. Invidio i tuoi talenti, la tua determinazione, il tuo successo. Uomo, invidio la tua storia, la tua capacità di amare le cose e di governarle, la tua tecnica, i tuoi occhi blu, il tuo sano egoismo. Il tuo possedere il mondo.
L'amore non è erigere palizzate e costruire fortezze. L'amore è perdizione, è lanciarsi a occhi chiusi. Pensavo. Mentre lo dico vedo, per la prima volta, che anche a me sono cresciute le spine.
E, in testa, un'altalena di contrari. Le tue parole collocano anche me, pedina fra le altre, in una posizione ben chiara e prestabilita della tua scacchiera. A mo' di didascalia, annunci che ti calerai nel ruolo dell'amico più che dell'amante: e getti luce, la luce di quattro fari da stadio, sui tuoi prossimi 18 mesi e sul ruolo che mi è concesso di giocare in questa tua partita. Giochi in casa, lo sport l'hai scelto tu, mi hai messo nella tua squadra e ora, in qualità di coach, mi spieghi le mosse consentite in base alle regole da te fissate. Anzi, a dirla tutta, mi lasci in panchina. Ma, seppur ferisca gli occhi, ho amato la luce di questi fari da stadio, così onesta e inequivocabile. Ho amato la schiettezza, piovuta così senza preavviso, per quanto le tue motivazioni stridessero, scivolando giù lungo la superficie di uno specchio. Nonostante tutto, infinite volte meglio del silenzio.
Inoltre sospetto qualcosa, dietro questa programmaticità imposta. Una natura esattamente contraria, un'affettività da arginare, una sorta di autoconvincimento che mi intenerisce.
E non mi parlare troppo dei colori della tua terra, del profumo di pane e paste calde, del mare, di un vulcano che è femmina quando io lo credevo maschio. E non farmi ascoltare la musica che ami, non cantarmi ciò che tu stesso hai composto sul tuo mondo di emozioni, sulla vita che ti prende a botte e una moglie che ti curerà e cullerà come un bambino, perché mi farai crollare, perché romperai gli incerti argini di questo fiume che mi scoppia dentro. Perché sono debole, debole e vulnerabile. Perché posso perdermi da un momento all'altro. Ma tra le tue mani, anche fra le tue, sono un vaso di cristallo, memore delle ferite passate eppure incurante del pericolo.