sabato, 06 settembre 2008

9 LUGLIO - GIORNO ZERO

Parto. Di nuovo. Perché è tempo di ritrovarmi, tempo di decidere. E di nuovo è tempo di andare, da sola. Perché ho il terrore di essere sola. Ed è necessario esserlo davvero fino in fondo, affrontando un nuovo lungo viaggio. Per esorcizzare, convincermi che non ho bisogno di nessuno, che mi basto.
 
La vita è una voragine spalancata sul buio, la bocca sterminata di un vulcano su cui ci affacciamo, totalmente soli, e la paura è troppa.
 
Sono partita per la Grecia con il timore che, seduta di fronte al mare ascoltando A grand love theme, mi sarebbe scoppiato il cuore. Ho anche pensato alla mia stanza a Stoccolma. Cosa le capiterà mentre io non ci sono? Esisterà ancora?
Che succede alle cose quando escono dal nostro raggio di percezione? Cessano di esistere? Cosa ne è di quella spiaggia dove si arriva solo con il treno quando non c'è nessuno a guardarla, a sentire il suono delle sue onde? Esistono i rumori quando nessuno li sente?
 
Ma abbandoniamo tali oziose disquisizioni e partiamo.
postato da: bossa alle ore 22:19 | link | commenti (10)
categorie: viaggio, jag

Prologo

Se Omero scrivesse oggi un poema epico su Bossa, non le darebbe certo l'epiteto "piè veloce". Piuttosto "pachidermica".
A ognuno i suoi tempi.
Amen.
postato da: bossa alle ore 22:05 | link | commenti
categorie: jag
martedì, 08 luglio 2008

Viaggiare

Bossa vola in Grecia...
postato da: bossa alle ore 23:37 | link | commenti (3)
categorie: viaggio, jag
giovedì, 05 giugno 2008

NORVEGIA

Bevo il tè-yoga e ascolto i Röyksopp, prolungando il Norwegian mood del documentario di viaggio appena visto.
La sera torno nel mio nido contenta, intenzionata a smaltire una specie di stanchezza cronica che ho addosso ultimamente. Poi la solitudine mi sale dallo stomaco e mi fagocita. Mangio cose improvvisate, intrattengo rapporti digitali, leggo Populärmusik från Vittula e ogni tanto mi faccio del male. A volte volontariamente, a volte no. Stasera per esempio mi norvegio, se esiste il verbo norvegiarsi, guardandomi uno speciale su una terra che ti scatena lo Sturm und Drang perché tutta su e giù, un monte affilato e una gola, un fiordo verdeazzurro e quattrocento cascate come veli da sposa. Il tuo treno corre sul bordo di uno strapiombo ed è un vuoto nella pancia continuo, che quando sei lì dici però, mi inquieta, quasi quasi preferivo la pace di Suomi, con i suoi boschi e laghi piatti. Invece, a distanza di anni, è quell'altra che ti resta nel cuore.
Essere in Svezia e sognare la Norvegia, tendere sempre più a nord eppure vagheggiare un Mar Egeo accecato dal sole, bramare sempre l'altroquando.
 
Ho oscillato, nella mia vita, fra il latino e l'artico. Prima era il Sud America. Poi un giorno scrissi sul diario You made me love winter. Tutto cominciò con quindici giorni di neve, ghiaccio e passione d'amore a Trieste; da quel momento cambiai rotta per veleggiare fin quassù. E nelle orecchie, come ora, avevo Someone like me with someone like you…
 
Lo sapevo quale sarebbe stata, la colonna sonora del documentario. So anche che dovrei tenermi lontana da certe note, mi basta l'attacco di Sparks per cancellare due anni di sforzi e progressi e ritrovarmi davanti le stesse situazioni, gli stessi occhi.
Maledetto, tu che popoli i miei incubi, tu che torni e non paghi, tu che non soffri mai, tu che non rendi ciò che hai tolto. Per fortuna sono solo nuvole passeggere, ormai.
Ma se sei stato innamorato sulle Lofoten e sul fiordo di Geiranger è una specie di condanna.

postato da: bossa alle ore 22:30 | link | commenti (2)
categorie: musica, amore, viaggio, norvegia, jag , tjù tjù
domenica, 01 giugno 2008

Maggio 2008 - Scampoli di Stoccolma


Dopo numerose immagini e sensazioni accumulate nella mente questo mese, ho deciso di scrivere un post descrittivo su ciò che succede a Stoccolma e nella mia vita.
Sono entrata tutto sommato in modo indolore nel mio quarto decennio di vita. Ed ecco, ora che lo metto nero su bianco mi prende un accidente… Una bella festa con tanti amici dall'Italia, dalla Svezia, dal Sud America, un pezzetto di famiglia, tante torte! Freddo e grigio, purtroppo. La primavera svedese ti illude con una settimana di sole e caldo, per poi tornare a 10 gradi di vento e pioggia per il tuo compleanno, maledetta. In molti compiamo gli anni, le nipotastre, alcuni cari amici. Qualcuno lascia la Svezia, qualcuno parte per strane vacanze sudafricane. Qualcuno è semi-disperso perché preso dall'amore.
Ho una marea di cose da fare, tutte spezzettate, e non mi basta il tempo per niente. Quel poco che mi resta lo spreco, per pigrizia, per stanchezza o per bisogno di non sentirmi sola. Il risultato sono tante belle cose arretrate, specie quelle a cui dovrei dare invece una spudorata priorità. La cosa più strana è l'accoppiamento "Sono stanca E povera", che non mi quadra granché. Ho cominciato il mio quarto lavoro, per cui ora mi trovo a fare cose diverse in contesti totalmente opposti.
Stasera gli adulti che si accaniscono senza troppi risultati, ma con enorme simpatia, sulla lingua italiana. Avere una sessantina d'anni e lavorare nel ramo finanziario, venire a lezione tutto incravattato e istigarmi la classe all'ilarità sostituendomi il gesso con i godis (caramelle) tubolari bianchi! Chi li molla più degli studenti così? Domani i mocciosetti dell'asilo con background bilingui o trilingui. Questo santo paese, che è giusto quei 2-3 secoli più avanti del nostro, prevede che questi bambini abbiano diritto a un'insegnante per il loro secondo (o terzo) idioma parlato a casa. Sanno dire a malapena due parole e hanno già tre lingue in testa. Grrrr!
Sabato sono io con il mio monitor, nuovamente alle prese con il solitario lavoro di convertitrice di idiomi (bellino, eh?). E devo dire che, così spezzato da intermezzi di puro lavoro sociale, diventa mille volte più bello. Quante volte l'ho odiato questo computer, unico collega di lavoro per due anni, ingrato, spossante, unico sfogo di un amore morente fra quattro maledette pareti blu di un etta a Bagarmossen?
Infine, una volta a settimana, porto gli hispanohablantes a spasso a vedere le meraviglie della città in tempi da record. Uno di quei lavori che ti costringono al sorriso fisso e a dissimulare fretta, stress e scarse conoscenze per 5 ore. Il crollo psicologico successivo è assicurato.

E a proposito di tempi record, ieri c'è stata la Maratona di Stoccolma. Ho seguito il percorso della gara da Odenplan fino a Stadion, facendo foto qua e là.
 
IMG_3661
 
Sveavägen è piena di queste foglioline.
 
Odengatan

I maratoneti percorrono Odengatan.

Incroncio Odengatan con Sveavägen

Incrocio fra Odengatan e Sveavägen.

Karlavägen

Punto di ristoro per i partecipanti. Acqua da bere distribuita da belle bionde e... doccia!

Humlegården_2

Faccio una deviazione a Humlegården, parco nel cuore di Östermalm, la zona più ricca ed esclusiva della città. Così appare Stoccolma in questi giorni di caldo.

 HumlegÃ¥rden

 Luoghi idillici in pieno centro.

Fan finlandesi

Una foto per il mio amico Maallinen, per rassicurarlo sulla folta presenza di sostenitori finlandesi suoi connazionali.

Stadion

Il traguardo: lo Stadio olimpico di Stoccolma!

postato da: bossa alle ore 11:19 | link | commenti (5)
categorie: bambini, traduzione, svezia, stoccolma, jag
domenica, 04 maggio 2008

VÃ¥rs lycklighet

Sarei dovuta essere sotto un palco a farmi coprire di note norvegesi che sanno di Brasile. Stasera. Invece no, il concerto è saltato. Avevo i biglietti in mano da due mesi, che delusione.
Però sono felice… Sarà questo sole, questa luce che indugia e incanta durante le blå timmar della sera. Saranno i picnic sui prati con le chitarre, saranno i ragazzi che volano con gli skate sotto gli alberi carichi di fiori di Björnsträdgården.
 
Sarà che avevo detto: "Quando imparerò a suonare questa, 
 
 
 
 
mi riterrò una donna felice". E l'ho imparata! E la sola idea che queste note possano uscire dalle mie mani mi riempie.
postato da: bossa alle ore 21:00 | link | commenti (2)
categorie: musica, stoccolma, jag , tjù tjù
lunedì, 14 aprile 2008

ELECTION DAYS

Ichnusa verdeggia per le elezioni. Violeggia. Rosseggia di papaveri, gialleggia di quei fiorellini alti di cui non so il nome. Variopinta come il proliferare dei partiti, con i loro simboletti colorati. Invano il coloreggiare, trista la vittoria dell'azzurro.

postato da: bossa alle ore 21:30 | link | commenti
categorie: ichnusa
giovedì, 10 aprile 2008

Epilogo - DISAPPOINTMENT

Ho scoperto che l'espressione "amara delusione" non è affatto casuale. Desilusão. Ne ho provato il gusto, stanotte, sulla parte posteriore della lingua. È proprio lì che le papille gustative percepiscono l'amaro. La delusione ti prende alla gola.

Non solo non sei venuto, non ti sei fatto proprio vivo. Inghiottito da un buco nero. Tutta la sera ad aspettare un messaggio, qualcosa. La testa che mi scoppiava, la valigia ancora da fare, una stanchezza insostenibile. Eppure io lì ad aspettare, guardando quello strano film spagnolo, El labirinto del fauno. Potevamo dirci ciao l'altra volta, no? No, hai detto, ci rivediamo per salutarci. E poi sparisci? Per poi scrivermi penose giustificazioni mentre io sono già in aeroporto e attaccarti alle congiunzioni subordinanti? SE mi liberavo...

Hai voluto darmi una dimostrazione, ecco cos'hai fatto. Che puoi fregartene di me, che non mi devi niente. L'hai fatto apposta, brutto deficiente. E anche a chiedere scusa fai pena, 32 anni per niente.

Decisamente

non fai

per me.

E questo blog cede al turpiloquio: ma vaffanculo.

postato da: bossa alle ore 02:00 | link | commenti (13)
categorie: jag
lunedì, 31 marzo 2008

Seconda parte - SNÖN SMÄLTER

E lo stesso groviglio che le parole creano, le parole sciolgono. La nebbia si apre, i fantasmi si dissipano.
 
Era il buio, la supposizione, il dubbio, l'ansia. Ora invece è franchezza, racconto, frasi stavolta rassicuranti e chiarificatrici. Ora invece, avvolta in un abbraccio disteso, sorrido alle parole che mi fioccano addosso.
 
La risposta ultima al dilemma della comunicazione è la volontà: voler comunicare significa già comunicare. Strumento di questa volontà è il metalinguaggio: non c'è comunicazione senza la consapevolezza che le parole sono meri simulacri di senso, di cui occorre negoziare il significato. E niente è più triste della non volontà di comunicare.
 
Mi dici ciò che eri e ciò che sei diventato. Mi spieghi perché hai lottato contro la tua profondità, come hai deciso di non darti totalmente se non a te stesso. Ed eccoti uomo votato alla carriera, agli amici e alle passioni, ma mai più all'amore accecante, quello che strappa i capelli. L'amore è malattia. Mai più vorrai perdere il senno perché mai più vorrai soffrire. Hai preferito il volo rettilineo uniforme alle ascese estatiche e alle cadute in picchiata verso l'inferno.
 
 
― Ma perché sono così gli uomini, Bossa? – fa Scarlet
― Già. Vigliacchi. Non si mettono in gioco, se la fanno sotto.
― Fuggire prima ancora di cominciare per evitare di soffrire, ma che senso ha?
― Boh. Sarà che noi donne siamo più forti.  Scontato ma vero: siamo noi che partoriamo. E quando sei lì non puoi dire: "No, grazie. Di questo male faccio volentieri a meno". Sappiamo che il dolore fa parte del gioco; che può persino venirne qualcosa di buono. Ma che, soprattutto, non esiste dolore inutile. E in ciò siamo più adulte, più vicine al cuore pulsante della vita. Più in linea con l'universo, i flussi e le energie, il passato e il futuro.
 
 
Ti ascolto guardando il soffitto, e a tratti indicandolo con il braccio proteso verso l'alto. Non sono d'accordo, sentenzio. L'amore che non stordisce è in realtà manchevole.
 
Ma in verità ti invidio. Ti ammiro e ti invidio. Non ti conosco e ti invidio. Invidio la seraficità delle tue conclusioni. Invidio la razionalità. Invidio i tuoi talenti, la tua determinazione, il tuo successo. Uomo, invidio la tua storia, la tua capacità di amare le cose e di governarle, la tua tecnica, i tuoi occhi blu, il tuo sano egoismo. Il tuo possedere il mondo.
 
L'amore non è erigere palizzate e costruire fortezze. L'amore è perdizione, è lanciarsi a occhi chiusi. Pensavo. Mentre lo dico vedo, per la prima volta, che anche a me sono cresciute le spine.
 
E, in testa, un'altalena di contrari. Le tue parole collocano anche me, pedina fra le altre, in una posizione ben chiara e prestabilita della tua scacchiera. A mo' di didascalia, annunci che ti calerai nel ruolo dell'amico più che dell'amante: e getti luce, la luce di quattro fari da stadio, sui tuoi prossimi 18 mesi e sul ruolo che mi è concesso di giocare in questa tua partita. Giochi in casa, lo sport l'hai scelto tu, mi hai messo nella tua squadra e ora, in qualità di coach, mi spieghi le mosse consentite in base alle regole da te fissate. Anzi, a dirla tutta, mi lasci in panchina. Ma, seppur ferisca gli occhi, ho amato la luce di questi fari da stadio, così onesta e inequivocabile. Ho amato la schiettezza, piovuta così senza preavviso, per quanto le tue motivazioni stridessero, scivolando giù lungo la superficie di uno specchio. Nonostante tutto, infinite volte meglio del silenzio.
 
Inoltre sospetto qualcosa, dietro questa programmaticità imposta. Una natura esattamente contraria, un'affettività da arginare, una sorta di autoconvincimento che mi intenerisce.
 
E non mi parlare troppo dei colori della tua terra, del profumo di pane e paste calde, del mare, di un vulcano che è femmina quando io lo credevo maschio. E non farmi ascoltare la musica che ami, non cantarmi ciò che tu stesso hai composto sul tuo mondo di emozioni, sulla vita che ti prende a botte e una moglie che ti curerà e cullerà come un bambino, perché mi farai crollare, perché romperai gli incerti argini di questo fiume che mi scoppia dentro. Perché sono debole, debole e vulnerabile. Perché posso perdermi da un momento all'altro. Ma tra le tue mani, anche fra le tue, sono un vaso di cristallo, memore delle ferite passate eppure incurante del pericolo.
postato da: bossa alle ore 23:30 | link | commenti (4)
categorie: amore, donne, comunicazione
martedì, 18 marzo 2008

Prima parte - ENTROPIA

L'incipit è una notte di neve, una marea di coriandoloni bianchi che svolazzano giù dal cielo. Amo camminare da sola, incurante, spavalda, non un'anima viva, la città è mia. E tace ormai sotto un velo candido. Amo coprire queste distanze metropolitane quando la tunnelbana dorme e c'è solo da contare su se stessi, e sul bisogno che hanno le gambe di andare e srotolare con il movimento il lavorio del pensiero.
 
È il giorno in cui l'Irlanda si festeggia nei pub, il Limerick ci ha accolto gioioso come sempre. Torno verso casa, a un'ora assai improbabile della notte. Drottningatan è deserta, non fosse per questi due ragazzi che sul ponticello verso Gamla Stan scrivono qualcosa sulla neve con i piedi. Mi guardano e ridendo fanno "Sorry, we are crazy". Sorrido e passo oltre. Certo, con la coda dell'occhio spio ciò che hanno scritto, il nome di una città italo-ichnusiana la cui sigla di provincia suona alquanto nazista. Ecco, devo fermarmi. Conterranei in terra vichinga alle quattro del mattino, ma si può? Il post comunque non era su di loro. Loro mi hanno distratto. Curioso, simpatico incontro.
 
Neve sulla testa, liquido ancora incrostato sulla pelle. Tutto è bianco e piove leggero.
E poi questa frase, come una doccia fredda. Che non ti sono parsi esattamente autentici. Né io rilassata.
 
Come quando ti dicono:   Credevo ti guardassi da che parte ti pende il naso.

                                   Mi pende? A me? Il naso?
 
Chi, pendere? Quale naso?
Non autentici. Su un campione statistico di due, oltretutto. Ma dico. Fingere. Che già la sola parola mi mette orrore. A letto poi, il santuario della verità. Mi sento come se avessi detto: "Scusa, mi sono sparite 100 corone dal comodino, che per caso me le hai fregate tu?". Va be', passi il dubbio. Poi, però, il tarlo. Non rilassata. Ma porca...! Ma come? Cioè,
 
come
 
è possibile
 
dare questa
 
impressione ???
 
 
Cosa c'è mai sulla mia faccia, dentro la mia voce, che io non riesco a controllare, che mi è alieno, che dice cose che io non dico e che nemmeno penso?
Quale universo attraversano i pensieri prima di approdare alle parole e agli sguardi, e quanto perdono in questo infinito viaggio? Quanto di ciò che è partito da laggiù arriva realmente a destinazione? Milioni di anni ha impiegato la luce delle stelle per giungere fino a noi, e quando la guardiamo vediamo qualcosa che forse non esiste già più. E l'apparenza cos'è, se non la luce illusoria di qualcosa che è partito a milioni di anni luce di distanza nel pensiero altrui?
 
Nell'entropia comunicativa, quantità smisurate di energia vanno perse nell'attrito della mediazione. Così grandi che ciò che resta è appena un vago barlume di ciò che doveva essere.
 
Galassie lontane, ecco cosa siamo.
 
Pianeti diversi, su orbite parallele.
 
Grigi meteoriti, che vagano a casaccio nello spazio e ogni tanto cozzano l'uno contro l'altro. E questo cozzare lo prendiamo per comunicazione. Alla fine, a forza di colpi e persi pezzi qua e là, ci siamo solo fatti del male, e comunicazione non era.
 
La citazione sul naso è tratta da "Uno, nessuno e centomila" di Luigi Pirandello.
postato da: bossa alle ore 23:45 | link | commenti (8)
categorie: comunicazione, sesso, stoccolma

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Utente: bossa
È nostro preciso dovere essere felici, o morire nel tentativo.

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